La figura tradizionale del Marchese del Grillo ha sempre interessato e deliziato i Romani.
Con vero compiacimento, anzi con intimo orgoglio, essi godono a rievocare una dopo l'altra le saporose burle dell'estroso e caustico patrizio.
Il segreto di una così radicata notorietà sta nel particolare che il Marchese impersona – come meglio non si potrebbe – lo sferzante e spregiudicato spirito romanesco materiato di canzonatura, arguzia, buon senso e spontanea alterezza, qualità che rendono il quirite – quello autentico, di buona razza – un campione inconfondibile tra tutte le varietà dell'umana progenie.
Naturale, quindi, che nasca in noi un forte desiderio di conoscere meglio, e in maniera più sostanziosa, una figura così bizzarra e complessa, per liberarla dall'ingombrante ciarpame che il tempo può avervi accumulato intorno e riportarne la fisonomia a una severa esattezza storica.
Ma, mossi appena i primi passi nel campo dell'indagine, assistiamo a un fenomeno curioso e imprevisto.
Il Marchese, che ci pareva proprio una nostra conoscenza vicina, viva e reale, comincia a sfuggire, a perdere consistenza, a tramutarsi in ombra inafferrabile.
Più interroghiamo la storia e più il nostro imbarazzo s'accresce, mentre una folla di domande rimane senza possibilità di risposta.
Invano cerchiamo di conoscere quando questo nostro patrizio sia nato, quando sia vissuto, e sotto quale pontefice. Resta ignoto il suo nome di battesimo, la data della morte, la chiesa dove fu sepolto…
Di fronte a questo afflusso d'interrogativi, la musa della storia si nasconde e tace.
Chi poi prende a sfogliare la copiosa letteratura sull'argomento, riceve l'ingrata impressione che i vari scrittori non abbiano fatto altro che copiarsi a vicenda, in una sterile, esasperante monotonia.
V'è di peggio: sottoposte al vaglio della critica, le poche notizie si rivelano manchevoli, contraddittorie, infondate.
Di fronte a una situazione così imbarazzante, qualcuno ha finito col chiedersi se il bizzarro Marchese sia realmente esistito o se, invece, non debba considerarsi un personaggio leggendario, creato dalla immaginazione popolare.
Questa obbiezione però, a nostro giudizio, dev'essere senz'altro respinta.

(dall'Introduzione di Pietro Romano)

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