
Chiunque conosca il Belli, anche solo come lettore occasionale, sa quale importanza egli annettesse alla lingua e quanta importanza la lingua abbia, di conseguenza, nell’opera sua che non soltanto ci consegna il ritratto perfetto, mutevole e ricchissimo della Roma papalina dell’Ottocento, ma anche un’enorme documentazione lessicale del romanesco di quel tempo. Giacché il Belli più che autore tout-court si potrebbe definire il fedele trascrittore dell’autore più capriccioso, sornione, verbalmente funambolico, a un tempo mattacchione nato e profondamente tragico che vi sia: il popolo. Difficile dunque l’impresa dello studioso che si accinga a dare veste sistematica a questo patrimonio linguistico, poiché non si tratta del normale vocabolario che possa tener conto di innumerevoli precedenti, che si compia e si perfezioni col puntello delle illuminazioni e degli errori altrui.
Vi si scopre e vi si può misurare statisticamente l’umanissimo delirio di un popolo soggetto ad uno stato qunt’altro mai, per quei tempi agitati, arretrato e retrivo a ogni innovazione. Miseria e corruzione, popolaresca furbizia, indignazione, dolore, si allineano in queste pagine, attraverso queste parole, il cui maggiore o minore uso costituisce un test prezioso. Il sesso, candido o viziato, domina padrone assoluto, mischiandosi o contaminandosi a un bagaglio ingente di termini religioso-politici. È la città del Papa che ancora una volta balza fuori da queste pagine e che anche vista attra verso la lente del linguista non perde la sua tracotante freschezza.
Completano il dizionario un utile glossario italiano-romanesco, brevi note di grammatica romanesca - che ancora oggi rimangono di quanto più completo scritto a riguardo - e un profilo della letteratura romanesca anteriore al Belli.