Giggi Zanazzo (Roma 1860-1911) premise alla prima edizione della raccolta di proverbi romaneschi (pubblicata a Roma nel 1886 per i tipi dell’agenzia giornalistico-libraria Perino) una lunga introduzione. Delle 4 parti in cui essa venne divisa dall’autore, riportiamo di seguito la seconda, quella che più attiene ai proverbi veri e propri, in cui l’autore spiega il perché delle scelte nonché i criteri seguiti.
«Vi sono molte raccolte di proverbi nazionali e regionali e sarebbe studio interessantissimo esaminare le principali, e raffrontarle. Ma io non intendo qui diffondermi a ragionare dei proverbi, perché ci vorrebbe un volume, e chi voglia avere un’idea di ciò che si può dire intorno all’argomento, legga la dotta ed efficace prefazione del Pitrè alla sua raccolta di proverbi siciliani.
La Sicilia, la Sardegna, la Corsica, il Piemonte, la Liguria, il Napoletano, il Veneto, la Toscana, ecc. hanno il loro libro di proverbi, ma Roma non l’ha ancora. Ho reputato perciò far opera utile agli studi del popolo aggiungendo la raccolta dei proverbi romaneschi alle altre dialettali già esistenti.
Quali sono le fonti di cotesti proverbi romaneschi? Anche per determinare ciò occorrerebbe un lungo studio. Mi contenterò dunque di dire, alla buona, che vi si trovano detti di provenienza biblica, detti di provenienza classica, detti di provenienza diversa sia straniera sia d’altre parti d’Italia. E che tra i romaneschi si trovino molti proverbi antichi e molti importati non è meraviglia, perchè (chi non lo sa?) Roma fu madre a due civiltà: la pagana e la cristiana ed ora è il cuore d’Italia. A Roma vennero sempre gente d’ogni parte e tutte s’unificarono in Lei, che tutto assorbe e armonizza.“Romana è quanta gente abita il mondo” dicevano gli antichi imperatori. “Romano è ogni cristiano” dicevano i papi, “Romano è ogni italiano” diciamo noi.
E questa è verità storica, e se ora è moda chiamar rettorica anche la verità che ci onora, è un’assai brutta moda, ed io non la seguo.
Dicevo dunque che tra i romaneschi abbiamo molti proverbi importati; ma debbo anche soggiungere che i più sono indigeni, dacchè non si può ammettere che ogni proverbio nostro che abbia somiglianza con un altro, il quale non ci appartiene, sia importato, ma giustamente si può pensare che certe verità siano state tradotte in sentenze popolari spontaneamente in più luoghi, essendo tali da essere, dati ambienti simili, facilmente vedute. Raffrontando la diversa espressione di cotesti proverbi che sono comuni al nostro e ad altri dialetti sarebbe facile conoscere in quali di quelli che corrono per le bocche del popolo nostro, la forma è schiettamente romana, in quali invece è semplice travestimento di altra forma dialettale; e questo, sussidiato dalla storia, dalle fiabe, dalle tradizioni, sarebbe mezzo valido a distinguere i proverbi indigeni dagli importati. ma anche ciò richiederebbe un lungo studio: a me basta indicare la via e passo oltre.
Altro studio utile sarebbe raffrontare i proverbi romaneschi co’ latini, già raccolti dal Vannucci, per conoscere se più a Roma o nella altre parti d’Italia sia rimasta forte e nutrita la tradizione della scienza prattica del popolo antico. Io non ho potuto attenderci, ma per quel poco che ho visto, mi sembra che non sia a Roma più che altrove rimasta la tradizione degli antichi proverbi. E ciò spiego considerando innanzi tutto che noi non conosciamo i proverbi popolari, (quelli dialettali) dei latini, ma soltanto i proverbi della letteratura scritta, i quali spesso con quelli non hanno nulla di comune. Qualche proverbio popolare si potrebbe trovare è vero in Plauto ed in qualche altro scrittore ma il materiale resterebbe sempre troppo scarso. Il filone d’oro del pensiero popolare latino si perde nelle tenebre folte del medio evo, e la latinità del medio evo è ancora troppo poco studiata perchè ne possa venire qualche aiuto al proposito mio.
Del resto, lo ripeto, il mio scopo non è di fare studii, bensì di presentare la raccolta agli studiosi».
Alla prima edizione dei Proverbi, parziale, del 1886 seguì, nel 1966, una seconda, finalmente completa, voluta dall’Istituto di Studi Romani ed edita da Staderini, curata da Giovanni Orioli, ricostruita sulle schede manoscritte conservate presso la Biblioteca Angelica.
Nella presente edizione ci siamo attenuti prevalentemente a quest’ultima, lasciando anche qualche incongruenza e imprecisione, a testimonianza del lavoro, tutto di getto, compiuto da Zanazzo: probabilmente la morte prematura (si spense a 51 anni) gli impedì una stesura più sistematica, e una revisione globale, con tutto il materiale raccolto a disposizione.